Lo spazio su internet sta per finire: non la capienza dei dischi, che anzi è sempre più abbondante. Ciò che inizia a scarseggiare è la possibilità di accogliere in rete nuovi computer, vista l'impossibilità di assegnare a ognuno il necessario codice identificativo. Su internet, infatti, ogni macchina è etichettata grazie a un numero, detto indirizzo Ip. E ora gli Ip stanno rapidamente esaurendosi.
Il problema non è inedito. Per una convenzione risalente agli albori della rete, ogni Ip è composto di 32 bit (ovvero una sequenza di trentadue "0" o "1"), per un totale di oltre 4 miliardi di combinazioni possibili. Un numero che sembrava praticamente infinito negli anni Sessanta, ma che oggi, grazie al successo della rete, si rivela drammaticamente limitato. Negli anni sono state proposte varie soluzioni, in particolare l'adozione di una nuova codifica a 128 bit, chiamata Ipv6, che farebbe di colpo esplodere il numero potenziale di indirizzi a oltre 3 miliardi di miliardi di miliardi. Ma la transizione all'Ipv6, annunciata da anni, procede a rilento. Ora la prestigiosa Business School di Harvard propone una soluzione di passaggio, basata su criteri puramente economici.
Gli indirizzi Ip sono stati distribuiti in grandi "stock" alle varie autorità regionali e nazionali, che poi li hanno distribuiti ai singoli operatori internet. Questo smistamento è avvenuto in gran parte nei decenni scorsi e quindi accade che le nuove richieste fatichino a essere esaudite, mentre i vecchi assegnatari hanno a disposizione pacchetti di indirizzi spesso inutilizzati.


